«Il sistema funzionava, erano forse gli utenti a non saperlo usare». È il rimpallo di responsabilità emerso negli interrogatori di garanzia successivi all’inchiesta sulla presunta truffa legata al mining di bitcoin Hashburst. Giuseppe Maria Battaglia, responsabile della gestione tecnica, ha attribuito i mancati guadagni all’incapacità dei clienti di utilizzare i computer. Gabriele Edmondo Pegoraro, ideatore del metodo brevettato, ha invece sostenuto che il progetto fosse stato affidato successivamente ad altre persone, forse incapaci di realizzarlo correttamente. Due versioni che spostano altrove le eventuali responsabilità. Il consulente Alessandro Groff si è avvalso della facoltà di non rispondere, così come Pegoraro, che ha però depositato memorie e rilasciato dichiarazioni spontanee. Nicolò Gasparri e Massimiliano Baggi hanno invece risposto alle domande. Secondo l’accusa, il sistema prevedeva la vendita di computer presentati come dispositivi avanzati, dotati di intelligenza artificiale e capaci di generare bitcoin automaticamente, a prezzi compresi tra 4.000 e 30.000 euro. Ai clienti venivano promesse rendite fisse, simulate attraverso una piattaforma web fasulla. I mancati guadagni sarebbero stati giustificati con presunti problemi tecnici. Sono 15 le persone indagate, cinque delle quali finite ai domiciliari con accuse che comprendono associazione a delinquere finalizzata alla truffa, esercizio abusivo della raccolta del risparmio e riciclaggio con l’aggravante della transnazionalità. Il danno stimato ammonta a 5 milioni di euro, parte dei quali sarebbe finita su conti esteri. La Guardia di finanza di Trento ha sequestrato beni per 877.000 euro.