Il cambio di logo di Plan de Corones ha acceso un putiferio. E la polemica, partita dalla scomparsa del nome ladino «Plan de Corones» dal nuovo marchio «Kronplatz Dolomites», si allarga a cascata. Dopo la protesta di Roland Verra, dell’Union Generela di Ladins dles Dolomites, scendono in campo anche gli Schützen Ladini, mentre arriva la presa di posizione dell’assessore regionale alle minoranze linguistiche Luca Guglielmi. Al centro dello scontro, il rapporto tra marketing turistico e tutela dell’identità culturale.
Il maggiore degli Schützen Ladini, Emanuel Delmonego, parla di uno scempio culturale e accusa il nuovo marchio di mettere in secondo piano la storia delle valli. Ma il suo intervento va oltre la questione del nome: richiama anche lo spopolamento dei paesi ladini, la difficoltà per i giovani di restare sul territorio e l’emergenza abitativa, chiedendo alla Provincia misure concrete.
Guglielmi ribadisce invece che la toponomastica ladina è un patrimonio da preservare, ma anche una risorsa per il turismo. I nomi storici, sottolinea, non indeboliscono la promozione internazionale: possono renderla più autentica e riconoscibile.
E il tema dei nomi che scompaiono dai marchi arriva anche a Bressanone. Qui la prima proposta per il logo dei Giardini Hofburg ha fatto discutere per l’assenza di un riferimento al Palazzo Vescovile. Il sindaco Andreas Jungmann ha però chiarito che si tratta di una versione provvisoria e che il logo definitivo dovrebbe recuperare un richiamo esplicito anche in italiano.
Due vicende diverse, dunque, ma una domanda comune: fino a che punto il marketing può rinnovare l’immagine di un territorio senza metterne in ombra la storia e l’identità?