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Morte di Dafne Rebaudo: l’accusa è di femminicidio

Domenica 02 Agosto - 10:30

La morte di Dafne Rebaudo non è stata un suicidio né un incidente. La Polizia di Stato ha fermato il compagno della trentenne nata a Roma ma a lungo residente a Moena, dove ancora vivono i suoi familiari, accusandolo di omicidio volontario aggravato da motivi di genere. La vicenda risale alla notte del 13 luglio scorso, nel quartiere romano di Tor Bella Monaca. L’ultima immagine di Dafne Rebaudo ancora in vita è stata registrata intorno alle quattro del mattino da una telecamera di sorveglianza installata nel palazzo di via dell’Archeologia 52 mentre entra nell’edificio. Circa un’ora dopo, il suo corpo è stato trovato senza vita in strada, ai piedi del palazzo circondato da un ponteggio per lavori di ristrutturazione. In un primo momento si era pensato a un gesto volontario, anche perché non c’erano testimoni diretti e l’identificazione della vittima era arrivata solo nei giorni successivi. Gli investigatori hanno però concentrato l’attenzione sul compagno convivente della vittima, un uomo tunisino di 40 anni, già noto alle forze dell’ordine per precedenti legati alla droga, e che le telecamere avrebbero immortalato mentre e. Le testimonianze raccolte, i filmati delle telecamere e alcune contraddizioni nel suo racconto hanno fatto emergere una ricostruzione diversa dei fatti. Secondo gli inquirenti, la donna sarebbe stata spinta nel vuoto al termine di una violenta lite. La relazione tra i due sarebbe stata segnata da tensioni e frequenti discussioni. Il compagno di Dafne Rebaudo, Mohamed Trabelsi, è stato fermato e si trova nel carcere romano di Regina Coeli. La Procura di Roma contesta l’accusa di omicidio volontario aggravato e il rischio di fuga. Si tratterebbe di femminicidio, almeno il ventesimo da inizio anno.

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